Ospitalità, giustizia e pane in una cena dell'Odissea
Odisseo è tornato a Itaca dopo vent'anni, ma nessuno deve saperlo. Ha l'aspetto di un vecchio mendicante, e così bussa alla capanna di Eumeo, il porcaro che gli è rimasto fedele. Eumeo non lo riconosce. Eppure, per quello sconosciuto arrivato da terre lontane, ordina di portare il più bello dei porci.
È una delle cene più antiche e più umane della letteratura occidentale, raccontata nel libro XIV dell'Odissea. Massimo Montanari la include in Convivio, la sua antologia sulla storia e la cultura dei piaceri della tavola1: un menu semplicissimo — carne arrostita, pane, vino — che contiene già tutto ciò che, tremila anni dopo, chiamiamo ancora ospitalità.
Prima di mangiare, Eumeo compie una serie di gesti precisi. Getta nel fuoco alcuni peli del capo dell'animale e prega gli dei perché il padrone lontano torni a casa. Offre le primizie, cosparse di farina, e versa il vino in libagione. Poi divide la carne in sette parti: una per le Ninfe e per Ermes, le altre per i commensali.
Il poeta insiste su un dettaglio: le parti sono fatte con senso di giustizia. E la porzione d'onore — la lunga schiena del porco, il taglio più pregiato — non la tiene per sé, né la dà al più forte dei compagni: la porge allo straniero. Al mendicante. Odisseo, commosso, gli augura la benevolenza di Zeus, per aver trattato da re un uomo che non ha nulla.
Nessuno, in quella capanna, sa chi sia davvero l'ospite. È proprio questo il punto: il dono non dipende da chi lo riceve. Si dà il meglio perché è uno straniero, non perché è un re.
Il banchetto di Eumeo ha un'ombra. Mentre il padrone è lontano, i pretendenti di Penelope occupano la sua casa e ne divorano le greggi, giorno dopo giorno. Il porcaro lo dice con amarezza mentre sceglie il maiale: lui e i suoi compagni si spaccano la schiena dietro ai maiali, e altri ne godono il frutto senza alcuna pena.
Nell'Odissea ci sono dunque due tavole. Una è il banchetto senza misura dei pretendenti, che consuma ciò che non gli appartiene. L'altra è la cena povera del porcaro, che offre ciò che ha — persino il pane, comprato con i propri mezzi — e lo divide con giustizia. Non è l'abbondanza a fare la differenza, ma il gesto. Alla fine, racconta il poeta, tutti vanno a dormire «sazi di pane e carni»2: sazietà semplice, guadagnata insieme.
In Soul Cooking ho scritto che la parola «compagno» viene dal latino cum panis: è colui con cui si divide il pane3. La capanna di Eumeo ne è forse la prima immagine. Lì il cibo smette di essere soltanto nutrimento e diventa riconoscimento: ti siedi alla mia tavola, quindi sei dei miei.
Epicuro, secoli dopo, lo avrebbe detto così: «Dobbiamo trovare qualcuno con cui mangiare e bere prima di cercare qualcosa da mangiare e da bere, perché mangiare da soli significa fare la vita di un leone o di un lupo»4. E in molte culture, l'offerta del cibo resta «un dono che si porge e si accetta: segno di un'ospitalità autentica»5.
Il dono non dipende da chi lo riceve, ma da chi lo offre.
Oggi mangiamo spesso di corsa, da soli, davanti a uno schermo. La cena del porcaro ci ricorda una cosa antichissima e ancora attuale: che una tavola si misura da chi accoglie, non da quanto offre. E che basta un fuoco, un pane spezzato e una parte d'onore per l'ultimo arrivato perché un pasto diventi un incontro.
1. Omero, Odissea, libro XIV. Il passo è antologizzato in M. Montanari, Convivio. Storia e cultura dei piaceri della tavola, Laterza, p. 11.
2. Omero, Odissea, XIV, nella traduzione riportata in Montanari, Convivio, cit.
3. Conversano, M. (2026). Soul Cooking. Percorsi dell'anima e del gusto. Youcanprint, p. 131.
4. Epicuro, Lettere sulla felicità, a cura di A. Pellegrino, Einaudi, 2014; citato in Conversano, Soul Cooking, p. 131.
5. Conversano, Soul Cooking, pp. 131–132.